Piccoli e giovani vignaioli naturali crescono. Itinerario alla scoperta dei microproduttori di vini artigianali in Umbria

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Piccoli e giovani vignaioli naturali crescono. Itinerario alla scoperta dei microproduttori di vini artigianali in Umbria

C’era una volta la cantina Paolo Bea e c’erano una volta una serie - limitatissima - di viticoltori biologici integralisti che imbottigliavano consapevolmente vini forse naturali ma non lo dicevano perché il termine naturale non era ancora comparso nel vocabolario commerciale del vino. Ci vengono in mente, tra i pochi, Fiammetta Inga di Podere Marella intono al lago Trasimeno,  Polidori che vinifica tra Perugia e l’alto Tevere, Di Filippo in zona Sagrantino. Se aderivano a qualche associazione di produttori biologici apponevano il bollino del bio in etichetta ma nessuno si sognava di dire o peggio ancora di scrivere che si trattava di un vino naturale. Infatti sfogliando una delle prime pubblicazioni internazionali sui vini naturali – in questo caso specifico orange, il libro “Amber Revolution” dell’inglese Simon J. Woolf – l’unica cantina umbra presa in considerazione nel 2017 – sembra preistoria -  è appunto quella di Paolo Bea.

Oggi, al contrario, almeno per la nostra esperienza qui in Umbria dove ci occupiamo di commercio di vino da almeno quindici anni, difficilmente chi inizia un nuovo percorso, un nuovo progetto imprenditoriale nel mondo del vino, non si presenta come naturale. Solo dichiarato ovviamente perchè come sappiamo scriverlo comunque non si può. E questo articolo non vuole addentrarsi nel complicato mondo della legislazione enologica ne’ tantomeno vuole per l’ennesima volta provocare un dibattito cercando definizioni di vino naturale o evidenziando le differenze tra chi fa biologico o biodinamico e lo certifica come tale e chi fa naturale e lo certifica o meno anche come biologico o biodinamico. Non è questo il posto giusto anche perché non ne usciremmo in maniera indolore soprattutto, come già sappiamo, in mancanza di una regola scritta che disciplini l’argomento dei vini naturali e quindi legittimi i tanti produttori a poter scrivere “naturale” in etichetta. Ma poichè siamo un commercio online di vini umbri e poiché anche grazie alla nostra osteria di bocce ne apriamo davvero tante ma soprattutto nella nostra piccola regione ci conosciamo un po’ tutti, ci piace presentarvi un’ampia carrellata di quello che si trova oggi in Umbria: partendo dai padri fondatori per arrivare agli ultimi neonati per i quali simpatizziamo in maniera convinta. L’itinerario che vi presentiamo non è esaustivo e le aziende che vi segnaliamo, spesso uno o due ettari al massimo, sono quelle che conosciamo noi e di cui ci fidiamo. In anteprima, per prepararvi a quello che leggerete o troverete visitandole, possiamo scrivere che Grechetto e Trebbiano Toscano sono un po’ onnipresenti in tutta la regione, così come il più profumato Trebbiano Spoletino che è ben presente tra chi fa naturale anche fuori dalla zona di Spoleto e Montefalco dove probabilmente riesce ad esprimersi al meglio. Rimanendo tra le bacche bianche, qua e là è facile imbattersi nell’immancabile Malvasia, anzi le malvasie talvolta prodotte in purezza talvolta in uvaggio con i vitigni autoctoni prima citati. Tra le uve rosse il fattore comune, onnipresente e spesso in purezza, è il Sangiovese; ma sono spesso presenti un po’ in tutta la regione anche il Ciliegiolo ed il super umbro Sagrantino che naturalmente fuori dalla denominazione montefalchese non si può scrivere ma certamente si può allevare e vinificare.

Come detto in apertura una volta in Umbria, parliamo degli anni ’90 del secolo scorso perché più indietro spesso nemmeno nel convenzionale si ragionava sugli imbottigliamenti, c’era Paolo Bea a Montefalco e poco più. E’ certamente a questa storica cantina, una dozzina di ettari oggi seguiti e vinificati da Gianpiero Bea, che si deve l’archiviazione del tentativo riuscito di macerare il Trebbiano Spoletino: il suo Arboreus è oggi considerato uno dei bianchi macerati più interessanti al mondo. Ed è certamente da assegnare alla stessa cantina il merito di aver reso il Sagrantino di Montefalco  celebre tra chi, già venti o trent’anni fa preferiva le piccole cantine artigianali ed i metodi biodinamici a quelle che producevano in convenzionale. Oggi, per rimanere in zona Sagrantino possiamo certamente annoverare tra i produttori di vini naturali e, con i suoi 23 ettari vitati, tra le cantine più grandi tra quelle così indirizzate Fongoli, che come azienda vinicola esiste dai primi anni del 1900 e che ha sempre condotto l’azienda secondo i dettami del biodinamico apponendo ufficialmente il certificato del biologico, ma nessuna certificazione biodinamica come la stragrande maggioranza di chi la pratica ma non la certifica, solo dal 2013. Qui troviamo Sagrantino, Montefalco rosso anche nella versione riserva, Trebbiano Spoletino e Grechetto. Fondata in tempi molto più recenti, ma scalando velocemente la classifica della popolarità, la cantina Raìna di Francesco Mariani ha sempre prodotto naturale dall’anno di fondazione, il 2002; risale ai suoi albori anche la certificazione biologica mentre ha iniziato solo più recentemente ad avvicinarsi anche ad alcune pratiche biodinamiche nei suoi complessivi 10 ettari vitati.

A loro tre non possiamo non affiancare, sempre in zona, il poliedrico Diego Calcabrina che oltre a deliziarci oramai da più di 10 anni con ricercatissimi caprini, ha sempre – da quando ha deciso di fare l’agricoltore - comunque coltivato Sangiovese e Sagrantino per fare dei monovitigno rossi e rosati; molto di nicchia visti i numeri ma anche molto apprezzati dagli appassionati dei suoi formaggi che scoprono anche questa sua precedente vocazione enologica. E qui in questa area nemmeno possiamo dimenticarci del progetto in solitario del giovane enologo Andrea Pesaresi con la cantina Alma Raminga. Fattosi le ossa sul territorio in una delle storiche realtà biologiche da tempi non sospetti, la cantina Di Filippo dove continua a lavorare in cantina, da qualche anno ha intrapreso questa sua iniziativa nella campagna folignate tra la denominazione di Montefalco e quella dello Spoleto dove imbottiglia diversi monovarietali autoctoni molto interessanti. Esauritasi la perlustrazione della zona del Sagrantino, in area Monti Martani e Spoleto troviamo quella che probabilmente è una delle prime tre aziende umbre care a chi ama i vini secondo natura, nonostante si stia parlando di soli 5 ettari vitati in produzione: la cantina Collecapretta della famiglia Mattioli. Ed è da qui, dal Monte Martano che protegge e regola le ventilazioni nella sottostante vallata e dall’incontro tra una proprietà tradizionalista ma lungimirante come quella delle due generazioni dei Mattioli (papà Vittorio e le figlie Annalisa e Beatrice) ed un enologo autodidatta nato e cresciuto in zona, che probabilmente si sviluppa tutto il fermento intorno ai vini naturali umbri agli inizi degli anni 2000. Si, lo scriviamo ancora una volta che prima di Collecapretta e degli altri già c’era Paolo Bea, ma questo mostro sacro potremmo dire che faceva e ancora oggi fa un campionato a sè. Mentre potremmo aggiungere, senza dire il falso, che solo grazie alle prime sperimentazioni naturali di Collecapretta sotto la guida tecnica dell’enologo Danilo Marcucci, intorno a quelle macerazioni del Trebbiano Spoletino, fermentazioni spontanee ed alle non filtrazioni di Malvasia e Ciliegiolo nasce in Umbria la vera curiosità sui vini naturali. Tanto che inizialmente a Collecapretta si appoggiava per la vendemmia e la vinificazione, seppur per una produzione assai di nicchia, la cantina Terra di Rovo: solo due vini in purezza, un Trebbiano spoletino macerato ed un Cabernet Sauvignon di struttura da complessivi 1,5 ettari coltivati a biologico. E sempre a Spoleto, a testimoniare che un terroir c’è, è interessantissimo per la pulizia e la freschezza ed eleganza dei suoi rossi e per la bevibilità dei suo Trebbiano spoletino, il progetto di Gianluca Piernera, titolare della cantina Ninni. Tornando al fenomeno nato intorno alla collaborazione tra Collecapretta e l’enologo Danilo Marcucci, è necessario precisare che oggi Danilo ha una sua azienda a pochi chilometri dal Lago Trasimeno che con l’etichetta Conestabile della Staffa sta cercando di dimostrare che anche dal più mite clima lacustre,  Gamay e Grechetto possono dare ottimi risultati naturali. Si cimenta poi, sempre il nostro Danilo, qua e là a consigliare come mettere in pratica in vigna ed in cantina i dettami del naturale sia al Piccolo Podere del Ceppaiolo  in zona Assisi che all’azienda Tiberi nel perugino. Rimanendo a questo punto nella zona di Perugia troviamo la cantina Margò, che ci aiuta a confermare che in Umbria possono nascere Grechetto strutturati e grandi Sangiovese da invecchiamento anche percorrendo la strada del naturale. Mentre in zona Docg di Torgiano, e quindi lungo il corso del Tevere, è oramai consolidato il progetto degli amici soci di Fattoria Mani di Luna che hanno dimostrato che anche a Torgiano, in una delle uniche due denominazioni controllate e garantite regionali, si può fare naturale rimanendo nei limiti dettati dai rigidi disciplinari di produzione. E sempre da queste parti, quindi poco a sud di Perugia dove il Tevere si avvia verso la bassa Umbria, ha da poco deciso di intraprendere la sua carriera in solitario Roberto Di Filippo, ora nel naturale puro con la cantina Plani Arche dopo la separazione dalla sorella a cui è rimasta la cantina Di Filippo di cui si parlava prima. Seguendo ancora il corso del fiume verso sud, nel marscianese spiccano l’intraprendenza dei giovanissimi Giulio e Luca di Lumiluna, non solo straordinarie espressioni, le loro, di Grechetto e Sangiovese ma anche del Syrah e del Ciliegiolo e l’originale proposta enoica frutto di collaborazione e condivisione del Collettivo Colbacco, poche ricercatissime bottiglie. Di questo ultimo collettivo, oltre ai ragazzi di Lumiluna fa parte Marco Durante che ha anche una sua produzione principale con l’etichetta de Il Signor Kurtz tra Corciano e Perugia. Vigne in affitto, superfici recuperate dall’abbandono, ogni anno qualche etichetta nuova ad incuriosire. Tra la due provincie, in zona collinare Doc Todi, è interessantissima anche l’esperienza naturale della coppia italo americana alla conduzione di Agrisegretum: Sangiovese in diverse declinazioni di importanza, compreso un Doc Todi, rigorosamente certificato biologico. Tornando verso Perugia lungo il corso del Tevere troviamo Sara Gallina con l’azienda Montecorneo570 e poco distanti i fratelli Marco e Roberto Lepri della omonima cantina; in questi due casi non possiamo non evidenziare le loro interpretazioni di Trebbiano Toscano ma anche di Pinot grigio e di Cabernet. Un po’ più a nord Marco Merli, uno dei primi a puntare sul naturale quando ancora osava produrre con la denominazione di origine controllata Colli Altotiberini da lui presto abbandonata ed oggi pressochè scomparsa. Mentre più recentemente, sempre dalle parti di Casa del Diavolo dove fa vini Marco Merli, abbiamo avuto il piacere di conoscere la giovane coppia che sta dietro il progetto di Terra Vitae.  Risalendo il corso del Tevere verso nord uscendo dal comune di Perugia, ad Umbertide incontriamo i fratelli Andrea e Pilar Gritti che hanno intelligentemente riconvertito verso il naturale una parte della grande azienda agricola di famiglia stupendoci con versioni artigianali di Pinot nero e Malvasia nera oltre a Grechetto, Ciliegiolo e Syrah. D’altronde Cortona, nota per i Syrah, non è poi così lontana da questa parte dell’Umbria. Sempre a nord dell’Umbria, salendo un po’ di quota a Gubbio troviamo Giulia Ricci che insieme a suo marito, avvicinandosi al concetto di viticoltura di montagna produce dal 2016 freschi vini naturali nella cantina Antonioli a Gubbio. Interessante in questo ultimo caso notare la presenza, nelle vecchie vigne promiscue dei 4 ettari vitati totali, di varietà piemontesi come Barbera e Dolcetto. Spostandosi ad ovest, intorno al Lago Trasimeno, sul versante ovest che parla già un po’ senese, un’altra realtà che rivendica il ruolo di punto di riferimento del naturale in Umbria è certamente la cantina Fontesecca, anche in questo caso già biologici spintisi poi verso il naturale. Ciliegiolo di lago in rosso ed in versione rosato, grandi interpretazioni di Sangiovese e Canaiolo e longevi blend di bacche bianche. Mentre dalla provincia di Terni ed in particolare nella interessantissima zona dell’orvietano, terreni vulcanici con colline tufacee coltivate a Drupeggio e Procanico, nonostante ancora non ci sia grosso fermento naturale, al momento nella nostra carta dei vini abbiamo l’onore di ospitare il progetto di Malauva: altro esempio di recupero di vigneti abbandonati o di riconversioni verso il biodinamico di viti precedentemente lavorate in convenzionale da parte di qualche conferitore di grosse – per l’Umbria - cantine sociali. Ed il piccolissimo progetto della cantina Riccardo Danielli, circa 4 ettari nel comune di Allerona, che contribuisce ad avere una panoramica completa dei varietali umbri grazie alla produzione naturale anche di Verdello ed Aleatico, altre varietà tipiche del più vasto comprensorio orvietano. Chiudiamo il nostro simbolico itinerario o meglio il girovagare nella verde Umbria giungendo appunto nella zona più verde e fresca della nostra regione, la Valnerina nella provincia di Terni. Qui, per l’esattezza nel comune di Arrone, partendo dalle vigne del nonno, il giovane Francesco Annesanti ha avviato un progetto tutto suo e tra chi fa naturale può forse rivendicare, nonostante la giovane età sua e della sua neonata azienda vinicola, di essere stato il primo in Umbria a lavorare sulle maturazioni in anfora di alcuni dei suoi cru, il Pinot nero, il Trebbiano spoletino ed un blend di Grechetto e Malvasia. Questo non vuol dire che le sue interpretazioni in purezza di Barbera o di Merlot più giovani siano da meno.

Insomma l’Umbria oggi vanta, tra l’altro questi di cui vi abbiamo scritto non sono comunque tutti, una fitta schiera di rappresentati di una vitivinicoltura più etica e maggiormente attenta all’ambiente ed alla salute. Questi nostri viticoltori naturali – perlopiù giovani e quasi sempre con dimensioni aziendali micro - hanno abolito trattamenti e pesticidi in vigna, e sono più rispettosi in cantina dove non si fa uso di lieviti e solforosa aggiunta e dove spesso non si controllano ne’ le temperature ne’ le fermentazioni. E non è un caso che quasi sempre si tratti di giovani generazioni cresciute come sappiamo con molta più sensibilità in riferimento ad ambiente e salubrità dei prodotti. Si tratta molto spesso di ragazzi che si sono avvicinati alle vigne dei loro genitori e nonni o che lasciando altri lavori hanno iniziato affittando e recuperando vigneti abbandonati. Giovani che si sono presi cura di micro aziende o singoli appezzamenti per i quali l’agricoltura convenzionale non nutriva più interesse, quasi sempre per la scarsa remunerazione che un sistema che non valorizza la materia prima poteva dare. Ed è per questo, perché tutelano il nostro paesaggio ed hanno deciso di rimanere sul territorio creando economia, che simpatizziamo per loro e cerchiamo di sostenerli a modo nostro, parlandovi dei loro vini e facendoveli godere.

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